|| Home ||

..:: Dott. Giustino Parisse ::..

Giornalista - Caporedattore del quotidiano "Il Centro"

Un libro, una pagina di giornale, un paesaggio, una persona, ti sorprendono quando ti accorgi che leggendoli o guardandoli hai l'impressione di scoprire qualcosa di veramente nuovo, qualcosa che non ti aspetti e che ti aiuta ad analizzare meglio il mondo che ti circonda e magari anche te stesso.
Il lavoro di Fernando Rossi fa parte di questa casistica.
La mole del materiale è talmente impressionante che a un primo approccio si corre il rischio dello smarrimento.
Ma poi approfondendo e curiosando qua e là ecco che si aprono prospettive e percorsi che finiscono per affascinare.
L'opera, che oserei definire quasi enciclopedica, di Fernando Rossi apre uno squarcio su un periodo storico poco studiato, almeno a livello locale, e troppo spesso enfatizzato.
Stiamo parlando del cosiddetto Risorgimento, che fu la premessa agli accadimenti che dal 1860 al 1870 portarono alla formazione dello stato unitario.
Le vicende accadute a Paganica nel luglio 1849 documentate in un processo andato avanti per circa due anni, sono fondamentali per capire le trasformazioni che l'Ottocento portò nella società.
L'idea che si ha generalmente (soprattutto da parte di chi, come chi scrive, non ha una specifica formazione storica ma a cui nella storia piace fare delle incursioni per tentare di approfondire l'origine di alcuni elementi del presente) è che l'Unità sia stata più subita che voluta in particolare da quelle classi sociali meno avvedute dal punto di vista politico e culturale e che la spia di tutto ciò sia stato il brigantaggio ritenuto una sorta di resistenza ante litteram ai piemontesi "invasori".
Alla luce della ricostruzione dei fatti che ci offre Fernando Rossi le cose, come al solito, sono molto più complesse.
L'invasione francese avvenuta alla fine del 1700 di fatto scardina due dei pilastri della società definita di Antico regime: il sistema feudale da un lato e la forte presenza delle istituzioni ecclesiastiche dall'altro.
Naturalmente si può discutere e si discute ancora oggi se questo sia stato un bene o un male.
Personalmente ritengo che contro le istituzioni ecclesiastiche ci fu un accanimento spesso ingiustificato (basti pensare che Napoleone arrivò ad arrestare papa Pio VII) per tentare di cancellare non solo un potere terreno ma anche un punto di riferimento spirituale per popolazioni che poco altro avevano.
Ci fu uno sbandamento totale che portò molti a non credere più a nulla e nessuno.
E' indubbio però che le parole d'ordine della rivoluzione francese - libertà , eguaglianza e fraternità - ebbero forte risonanza.
Cambiarono le istituzioni (i Comuni che noi conosciamo oggi sono una eredità di quel periodo storico) e cambiò l'atteggiamento rispetto al potere costituito al quale venne chiesta maggiore attenzione per quelli che oggi definiamo diritti umani.
Persone, dunque, non strumenti del sovrano di turno ma protagonisti della loro vita e del loro futuro.
La restaurazione seguita alla sconfitta definitiva a Waterloo di Napoleone Bonaparte tentò, inutilmente, di riportare la situazione a quella della fine del Settecento.
La Chiesa ricompattò i fedeli accentuando anche le manifestazioni esterne della religiosità popolare.
In questo un esempio da manuale è ciò che accadde a Onna - paese citato spesso anche nel lavoro di Fernando Rossi - dove da una parte nacque una Congregazione laica che si occupò di creare una festa popolare dedicata alla Madonna delle Grazie (cosa che avvenne tra il 1817 e il 1826) e dall'altra fu organizzata una cosiddetta vendita carbonara con idee che si nutrivano anche dell'esperienza francese pur con obiettivi ancora oggi non del tutto chiariti.
Ma cosa ancora più curiosa e che in entrambe le "associazioni" troviamo quasi le stesse persone in uno strano connubio, non sappiamo quanto consapevole, fra conservazione e innovazione.
E qui arriviamo al nocciolo della documentazione che ci offre Fernando Rossi.
I fatti del luglio 1849 sono la conferma di una società che è cambiata, in cui i realisti (fedeli al re) e i "sobillatori" che chiedono la Repubblica vengono allo scontro in maniera quasi naturale e dove le ruggini e i rancori fra le famiglie finiscono per assumere anche una connotazione politica.
La lettura degli atti del processo ci porta a conoscere particolari importanti e a volte anche curiosi, come per esempio il danneggiamento della statua del Re o l'utilizzo di fettucce rosse nelle pagliette portate da coloro che volevano dimostrare fedeltà ai Borboni.
Illuminanti come sempre sono le testimonianze da cui emergono singole personalità che fra bugie e mezze verità cercano di convincere o sviare il giudice da questa o quella tesi accusatoria.
Ne viene fuori uno spaccato di società dove gli interessi personali e quelli politico-ideologici si intrecciano e a volte coincidono.
Leggendo le carte che Fernando Rossi ha pazientemente raccolto e messo a disposizione degli studiosi si ha l'impressione di un mondo che in quegli anni è una pentola in ebollizione.
Certo non tutte le speranze trovarono poi risposte nella storia.
In fondo l'Unità rappresentò, per chi aveva avuto obiettivi repubblicani, il passaggio da un re a un altro senza che le condizioni materiali delle popolazioni ne avessero, nell'immediato, giovamento.
Credo che la lettura di questa documentazione sia utile per ritrovare in essa un po' di noi stessi.
Basterebbe scorrere il lungo elenco di persone che, in qualche modo, hanno avuto un ruolo nel processo che seguì i fatti di Paganica del luglio 1849 per scoprire un proprio antenato.
Anche chi scrive ne ha trovato uno, sbattuto in carcere per le sue idee e magari per qualche comportamento non proprio corretto.
Ma di tutto ciò non solo non ci si deve vergognare ma ci deve spingere a leggere con maggiore attenzione la realtà che ci circonda.
E a Fernando Rossi, ricercatore infaticabile, va il grazie mio e di tutti coloro che amano la storia non come un freddo elenco di accadimenti ma come la chiave che apre nuovi orizzonti.

© Copyright - www.paganica.it