..:: Cutini e Vestini ::..
La Cutinorum Urbs
Lo storico di Roma, Tito Livio, afferma
nel suo VIII Libro "Ab Urbe condita libri", che
nell'anno 430 di Roma, i Romani al comando del console Giunio Bruto
Sceva, distrussero con rabbiosa veemenza la città di CUTINA nella
regione dei Vestini.
Facciamo notare subito al nostro lettore,
che Tito Livio è il solo storico a darci la notizia, e questo ci
meraviglia un po’.
A noi la notizia liviana interessa
direttamente, in quanto vari storici, non sappiamo su quali documenti
basati, hanno affermato che la città di Cutina sorgesse sull'agro
vestino-paganichese e precisamente sul monticello di Cadicchio o
Callicchio come lo si chiamava popolarmente.
Questi storici sono: il Martelli, il
Bonanni, il Leosini, il Marmocchi ed altri. Anche la "Carta
Geografica dell'Isle di Amesterdam" sec. XVIII e la "Carta
Corografica degli antichi popoli che abitarono la provincia dell'Aquila"
ed altre ancora indicano Cutina sul monte di Cadicchio.
Altri storici, invece, sono di parere
diverso. Il Cluverio la identifica con Aufina ( Ofena ); il Ludovisi la
vuole riconoscere in alcune fortezze marsicane ; il Bonanni, in altra
pubblicazione la identifica con la odierna Civitella Casanova.
Gli storici favorevoli alla Cutina
paganichese la vedono sul monte di Cadicchio perchè, essi dicono: il
nome di cadicchio non è altro che la deformazione del nome di Cutina.
Francamente per quanto ci siamo sforzati
di trovare documenti storici su tale nome e località, non abbiamo
trovato alcuna citazione che abbia, almeno lontanamente, confermata tale
ipotesi.
Infatti la più antica citazione del
nostro monticello la si trova nella Cronaca Farfense e precisamente nel
"Placitum" di Raniero Duca di Toscana, sotto
l'anno 1014 dove nella elencazione dei terreni soggetti all'Abbazia si
parla di terreni: "de Comitatu furconino in Trineri, et ubi
dicitur Paternus id est Ecclesia S. Gregorii, et Ecclesia S. Liberati et
ubi dicitur CALICLA in quo sunt aquae mola. Et in Paganica, et in
Camarda, etc.".
Inoltre: nell'inventario delle "Rationes
Decmarum" dove vengono elencate "le decime"che
le chiese della Diocesi dell'Aquila dovevano al proprio vescovo,
leggiamo sotto l'anno 1313, foglio 29, n. 39: Ecclesia S. Tomei de
CADICLA par unum de ossibus et panes duos…".
Nella pergamena n. 13 dell'archivio Parrocchia
S Maria Paganica Aquila del 24-12-1323 leggiamo CLADICCLA.
Ora se esaminiamo i tre termini: Calicla,
Cadicla, Cladiccla non è difficile vedere in essi le corrispondenti
terminologie: Callicchio e Cadicchio, ma… non vediamo alcuna radice
del nome CUTINA. Solo con la buona volontà potremmo forse immagginarlo!
Quindi l'ipotesi degli storici favorevole alla Cutina del monticello
Cadicchio, non è troppo chiara, ma non la scartiamo completamente poiché
potrà darsi che loro abbiano avuto altre testimonianze a noi ignote.
In realtà il monticello di Cadicchio fu
abitato per vari secoli, e ciò potrebbe essere un argomento favorevole
alla preesistenza di una città avita, più che l'ipotesi basata sulla
terminologia del monticello. Di questa vitalità urbana troviamo
conferma in un atto notarile del 7 febbraio del 1356 riportato dal
Mariani e nell'inventario dell'ospedale Maggiore dell'Aquila sotto
l'anno 1448.
Inoltre la famiglia Carli dei Cadicchi è
originaria proprio da questo monticello. Anche un atto notarile di notar
Massimo Mactutii de piezulo de Aquila, 21 giugno 1414, archivio
Parrocchia S. Maria Paganica Aquila, pergamena n.10, cita un
certo Antonio Masciarelli de Cadicchia de Paganica, che possedeva un
terreno in quella località. Quindi Cadicchio nel 1414 era ancora
abitato.
Infine un rudere di questa vitalità
urbana sul monticello di Cadicchio lo si ammirava ancora agli inizi
dell'anno 1900. Lo abbiamo appreso dalla "Relazione tecnica dell'Ing.
Alfonzo Volpe dellAquila, sulle controversie tra i comuni di Paganica,
Camarda, Aquila e i Marchesi Agostino Carli e Alfonzo Cappelli per le
confinazioni del loro territorio".
Infatti a p. 79 si legge: "dal
termine S.Antonino adunque al confine di ponente di Tempera con quello
di Aquila per Gignano si protrae in linea retta al punto culminante del
Monte Cadicchio, e precisamente in prossimità di una antica Torre
diruta, ove tuttora esiste un " termine " lapideo con croce
artificiale, che segna anche il confine di Paganica con Tempera e
L'Aquila ".
Purtroppo, concludento, tutto è
argomentazione; tutto è supposizione; tutto è ipotesi. Finchè non
avremo altri argomenti più validi, resterà sempre ipotesi.
I Precutini
Un argomento, invece, che potrebbe
offrire qualche probabilità della esistenza della città di Cutina, non
precisamente sul monticello di Cadicchio, ma sull'agro paganichese, ci
viene da un'altra notizia offertaci da Tito Livio quando parla di
Annibale, dice di un "agrum Precutinum", "agrum"
Che l'altro grande storico Caio Plinio nel Lib III cap. XII chiama "Praecutiana
Regio" precisandone i confini tra il fiume Aterno e il Tronto: "Ab
Aterno amne, ubi nunc ager Precutinus Pennensisque idem Castrum Novum (Giulianova),
Flumen Invantium (Tordino), Truendum (Tronto), cum amne quod solum
Liburnorum in Italia reliquum est (Librata o Vibrata), flumen Albula
Tessuinum quo finit Praecutiana regio, et Picenumincipit".
In pratica, comprendeva quasi tutta
l'attuale provincia di Teramo.
Ci domandiamo: perché questa
"regio" era chiamata "Praecutina" ? Quel "Prae"
è preposizione di tempo o di luogo? Certamente di luogo, poiché si
parla di popoli abitatori di una "regio". Dunque: se oltre il
Gran Sasso, la provincia di Teramo, era chiamata "precutina",
vuol dire che al di qua vi era un "regio Cutiniana", abitata
da popoli Cutini con la propria città di Cutina. Diciamo al di qua
poiché al nord vi erano i Piceni; a sud oltr l'Aterno, i Marrucini; ad
est l'Adriatico; quindi all'ovest i Cutini che sembrano identificarsi
con i Vestini nella cui regione i romani distrussero - al dire di Tito
Livio - la città di Cutina, che molto probabilmente da secoli era stata
edificata sulle spnde del restante lago Pleistocenico,
Non è quindi improbabile che la "regio
cutiniana" era proprio la paganiense a valle e a monte del Gran
Sasso; non è quindi improbabile che sul monticello di cadicchio vi sia
stata un giorno la forte città di Cutina.
I Cutini
Da tutto il suesposto sembra delinearsi
questo ragionamento: accertato che Cutina è esistita nei Vestini;
accertato che i romani mossero per sottomettere i Vestini, e con la
distruzione di Cutina intesero la loro piena disfatta; ne segue che la
città di Cutina era il fulcro, il centro, la capitale di quel popolo.
Detto questo, nasce un'altra domanda:
capitale del popolo Cutino o Vestino? Stando alla notizia liviana
dobbiamo dire: del popolo Vestino. Sorge, però, un dubbio se ci
rifacciamo al significato etimologico del nome Vestino. Il cluverio
infatti afferma che molti scittori greci, tra i quali l'Appiano,
Dioscoride nel Lib. I, cap. IX e lo Sveda lo fanno derivare dal termine
greco: Bestenoi cioè allevatori di bestiame; quindi tradotto in "
Bestini ", nome, che nelle successive traduzioni latine perdendo la
"beta" dei greci, scambiata con la "v" dei latini,
divenne " Vestini".
Dunque il nome "Vestino" fu un
appellativo o meglio un soprannome dato dagli scrittori a un popolo
preesistente con altro nome. Quale poteva essere questo popolo? Se ci
rifacciamo al ragionamento della "regia Precutiniana" e
all'importanza della città di Cutina, non è difficile individuarlo nel
popolo cutino
Anzi ci sembra logico che i romani
distruggendo la città di Cutina , sottomisero il popolo cutino e che
gli storici 350 anni più tardi, lo dissero Vestino per motivi
etimologici di cui abbiamo detto sopra. Secondo noi, quindi, abbiamo
avuto una "gens Cutina" all'inizio, soprannominata in
seguito "Vestina".
I dubbi, però, che il "guerriero di
Capestrano" ha fatto sorgere nell'animo di tanti esperti, forse
potrebbero essere risolti approfondento la conoscenza della "gens
cutina", alla quale esso potrebbe appartenere; come anche la
iscrizione italica rinvenuta nell'agro paganichese (vedi la sezione
Ipotetica origine di Paganica).
E chissà se la loro origine non sia
nascosta anche nel nome del fiume VERA, nome forse derivante dal nome
della dea ERA venerata a Samo, alla quale i Cutini dedicarono forse le
purissime acque a ricordo delle loro origini elleniche? La statua della
dea ERA si trova nell'ex palazzo Ducale dei Duchi di Costanzo a Paganica.

I Vestini
Di questo popolo antenato ne parliamo così
come gli storici ci hanno dato notizia, pur restando per noi la
precisazione di cui sopra e cioè che esso è da identificarsi con il
popolo cutino.
Il primo storico che ci ha parlato dei
Vestini come tali, è il greco Polibio nel Lib. II delle
"Storie", tre secoli dopo la distruzione di Cutina da parte
dei romani.
Dopo Polibio abbiamo un altro storico
greco che ci parla dei Vestini ed è l'Appiano da noi già citato; anche
Dioscoride, altro greco, ce ne parla al Lib. I cap. IX e lo Sveda che ha
voluto darci l'etimologia del nome "Vestino".
Plinio ci fa sapere che i Vestini
facevano parte della "regio Quarta" d'Italia: "
sequitur regio Quarta, gentium vel fortissimarum Italiae: Frentanos,
Marrucinos, Pelignos, Marsos, Aequiculanos, Vestinos, Samnitas".
Lo Sveda inoltre ci fa sapere che i Vestini erano di rigidi costumi:
"Bestini, gens in Italia ferini moribus praedita".
Polibio ci fa sapere che i Vestin con i
Marsi, Marrucini e Frentani presero parte alla II Guerra Punica forti
complessivamente di 20000 fanti e 4000 cavalieri.
Strabone ci da notizia che essi presero
parte alla Guerra Sociale contro Roma, per il diritto di
"cittadinanza romana"; e l'Appiano ci fa sapere che tra i sei
generali comandanti i sei contingenti che componevano l'esercito
italico, vi era anche un vestino; Pontidio
Popolo industrioso e intraprendente,
forse ancor prima della completa e rabbiosa distruzione della propria
citta madre: Cutina, e forse per nostalgia delle proprie origini
elleniche, seppe aprirsi la via per il Mare Adiatico attraverso il Corso
del fiume ATERNO, per cui la sua espansione territoriale raggiunse la
riva adriatica alla sinistra della foce del fiume: "qui Vestinos
a Marrucinis dirimit" facendo di ATERNUM il suo porto.
Questo testo è tratto dal libro " Paganica
attraverso i secoli" di don Ercolino Iovenitti